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Esofagite eosinofila: cos’è, sintomi, cause, diagnosi e trattamento

~February 19, 2026
9 minuti
esofagite eosinofila

L’esofagite eosinofila è un’infiammazione cronica dell’esofago (il “tubo” che porta il cibo dalla bocca allo stomaco) sostenuta da una risposta immunitaria in cui compaiono in numero elevato gli eosinofili, un tipo di globuli bianchi. Non è una malattia rara come si pensava in passato: oggi viene riconosciuta più spesso sia negli adulti sia nei bambini, anche perché si è diffusa la consapevolezza dei sintomi tipici e degli esami necessari per confermarla.

Chi ne soffre può avvertire disturbi che “assomigliano” al reflusso o a una gastrite, ma con caratteristiche particolari: per esempio la sensazione che il cibo si fermi in gola o scenda con fatica. Nel tempo, se l’infiammazione non viene controllata, l’esofago può irrigidirsi e restringersi, rendendo la deglutizione sempre più difficoltosa. La buona notizia è che esistono approcci efficaci: alimentazione mirata, farmaci antinfiammatori locali e, in casi selezionati, procedure endoscopiche.

In questa guida Elty trovi una panoramica chiara e affidabile su esofagite eosinofila: quali sono i sintomi più comuni, cosa la scatena, come si diagnostica e quali sono le opzioni di trattamento oggi disponibili. L’obiettivo è aiutarti a orientarti e a capire quando è il momento di parlarne con uno specialista.

Che cos’è l’esofagite eosinofila

L’esofagite eosinofila (spesso abbreviata in EoE) è una condizione in cui la parete dell’esofago si infiamma perché il sistema immunitario reagisce in modo eccessivo a determinati stimoli, molto spesso legati ad allergeni alimentari o ambientali. In questa reazione, nella mucosa esofagea si accumulano gli eosinofili, che rilasciano sostanze infiammatorie e possono alterare la struttura dell’esofago nel tempo.

È importante chiarire un punto: la presenza di eosinofili in esofago non significa automaticamente “allergia” in senso classico (quella che dà orticaria o shock anafilattico). L’EoE è più spesso una condizione immuno-allergica complessa, che può coesistere con altre malattie allergiche come asma, rinite o dermatite atopica, ma che richiede un percorso diagnostico e terapeutico specifico.

Sintomi dell’esofagite eosinofila negli adulti e nei bambini

I sintomi dell’esofagite eosinofila cambiano con l’età. Negli adulti prevalgono i disturbi legati alla deglutizione, mentre nei bambini possono dominare sintomi più “aspecifici” come rifiuto del cibo o difficoltà di crescita. Riconoscere queste differenze è utile perché l’EoE può essere confusa con altre condizioni, e una diagnosi tardiva aumenta il rischio di restringimenti dell’esofago.

  • Disfagia: difficoltà a deglutire, soprattutto cibi solidi. Spesso è intermittente e può peggiorare con carne, pane o alimenti “asciutti”.

  • Bolo alimentare bloccato: episodi in cui il cibo resta incastrato e non scende; a volte richiede accesso in pronto soccorso per rimuoverlo.

  • Dolore o bruciore retrosternale: può somigliare a bruciore di stomaco, ma non sempre risponde alle terapie antiacide.

  • Rigurgito e nausea: meno specifici, ma possibili, soprattutto se coesiste reflusso.

  • Dolore addominale e scarso appetito nei bambini: il bambino può mangiare lentamente, bere molto durante i pasti o selezionare cibi “facili”.

  • Arresto della crescita o calo ponderale: nei più piccoli può essere un segnale indiretto di difficoltà alimentari croniche.

In alcuni casi le persone “compensano” senza accorgersene: tagliano il cibo in pezzi molto piccoli, masticano a lungo, evitano cibi solidi e bevono continuamente durante il pasto. Questi adattamenti possono mascherare per anni il problema, fino al primo episodio di blocco alimentare.

Cause e fattori di rischio: perché si sviluppa

Non esiste una singola causa, ma un insieme di fattori che aumentano la probabilità di sviluppare esofagite eosinofila. Il modello più accreditato è quello di una predisposizione individuale (genetica e immunologica) su cui agiscono trigger ambientali, spesso legati all’esposizione ad allergeni.

  • Allergeni alimentari: alcuni alimenti possono attivare l’infiammazione in modo non immediato. Non sempre i test allergologici “classici” identificano il responsabile, perché il meccanismo può essere diverso dall’allergia IgE-mediata.

  • Atopia: avere una storia personale o familiare di asma, eczema o riniti allergiche aumenta il rischio.

  • Fattori genetici: in alcune famiglie l’EoE compare in più membri, suggerendo una predisposizione.

  • Sesso ed età: è più frequente nei maschi e spesso viene diagnosticata in età pediatrica o nel giovane adulto.

  • Esposizione ambientale: pollini e allergeni inalanti possono influenzare i sintomi in alcune persone, con possibili peggioramenti stagionali.

Un dubbio comune è: “c’entra il reflusso?”. In realtà reflusso gastroesofageo ed EoE possono coesistere e dare sintomi simili. In alcuni casi il reflusso può contribuire a irritare la mucosa; in altri la sintomatologia da “reflusso” è in realtà dovuta all’EoE. Per questo la diagnosi non può basarsi solo sui sintomi.

Esofagite eosinofila e allergie: che relazione c’è

L’EoE è spesso inserita nello spettro delle malattie allergiche. Molte persone con EoE hanno anche una diagnosi di allergia respiratoria o cutanea, ma non è obbligatorio. La particolarità è che gli alimenti che scatenano l’infiammazione esofagea non sempre provocano reazioni immediate (come prurito o orticaria), quindi può essere difficile “capire a occhio” cosa faccia peggiorare i sintomi.

Per questo l’approccio più utile è integrato: gastroenterologo e allergologo possono collaborare per valutare la storia clinica, eventuali comorbidità allergiche e la strategia dietetica più adatta. L’obiettivo non è “trovare a tutti i costi un colpevole”, ma controllare l’infiammazione e prevenire complicanze.


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Come si fa diagnosi: esami e criteri

La diagnosi di esofagite eosinofila richiede la combinazione di sintomi compatibili e conferma istologica, cioè l’osservazione degli eosinofili nei campioni di mucosa esofagea. Il percorso viene impostato dal gastroenterologo e, nella pratica, il passaggio chiave è l’endoscopia con biopsie.

  • Visita specialistica: ricostruisce sintomi, adattamenti alimentari, episodi di blocco, storia allergica e terapie già provate.

  • Gastroscopia: permette di osservare l’esofago e prelevare biopsie. L’endoscopia può mostrare segni suggestivi (anelli, solchi, placche biancastre), ma anche essere “quasi normale”: per questo le biopsie sono fondamentali.

  • Biopsie esofagee: il patologo valuta la densità di eosinofili e altre alterazioni della mucosa. È il punto che “conferma” la diagnosi.

  • Esami allergologici: possono essere utili in alcuni casi, soprattutto se si pianifica un percorso dietetico, ma non sostituiscono la gastroscopia.

In una parte dei pazienti viene anche valutata la risposta a farmaci che riducono l’acidità, perché alcuni quadri eosinofilici possono migliorare con questa strategia. In ogni caso, la decisione su tempi e step dipende dalla storia clinica e dalla gravità dei sintomi.

Terapie disponibili: dieta, farmaci e dilatazione

Il trattamento dell’esofagite eosinofila punta a tre obiettivi: ridurre i sintomi, spegnere l’infiammazione e prevenire il rimodellamento dell’esofago (rigidità e stenosi). Oggi le strategie si possono riassumere in tre “pilastri”, che possono essere usati singolarmente o in combinazione.

  • Terapia dietetica: prevede l’eliminazione di specifici alimenti (sulla base di test e storia clinica) oppure protocolli di eliminazione più ampi seguiti da reintroduzioni graduali. È efficace, ma richiede metodo, controlli e attenzione all’equilibrio nutrizionale.

  • Corticosteroidi topici deglutiti: sono farmaci antinfiammatori usati “localmente” sull’esofago (si deglutiscono in modo che agiscano sulla mucosa). Possono ridurre l’infiammazione e migliorare la disfagia; il medico valuta durata e follow-up.

  • Farmaci che riducono l’acidità: in alcune persone migliorano sintomi e infiammazione, soprattutto quando coesiste irritazione da acido. Un esempio spesso citato in questo contesto è il pantoprazolo, ma la scelta e l’indicazione vanno sempre personalizzate dal medico.

  • Dilatazione endoscopica: se l’esofago è ristretto, la dilatazione può alleviare la disfagia. Non “cura” l’infiammazione di base, quindi di solito si affianca a dieta e/o farmaci.

  • Terapie biologiche: in casi selezionati e secondo indicazioni specialistiche, possono essere considerate terapie mirate che modulano specifiche vie dell’infiammazione. Sono opzioni in evoluzione e richiedono valutazione attenta di benefici e criteri di accesso.

Un punto importante: l’EoE è spesso cronica e può avere ricadute. Per questo il follow-up (clinico e talvolta endoscopico) è parte integrante del percorso. L’obiettivo realistico è tenere la malattia sotto controllo nel tempo, riducendo i sintomi e limitando il rischio di complicanze.

Alimentazione ed esofagite eosinofila: come orientarsi

Parlare di dieta nell’esofagite eosinofila non significa “fare da soli” eliminazioni drastiche. Significa piuttosto usare l’alimentazione come strumento terapeutico, con un piano chiaro e monitorabile. In molte persone, identificare e rimuovere gli alimenti trigger riduce l’infiammazione in modo significativo, ma il percorso deve restare sostenibile e nutrizionalmente adeguato.

In genere l’approccio dietetico può prevedere una fase di eliminazione e una fase di reintroduzione. La reintroduzione è cruciale: serve a capire quali alimenti sono davvero coinvolti, evitando restrizioni inutili. Il supporto di un nutrizionista può aiutare a mantenere una dieta completa, soprattutto nei bambini o quando le esclusioni sono molte.

  • Diario dei sintomi: annotare disfagia, dolore, episodi di cibo bloccato e alimenti consumati può aiutare a capire pattern ricorrenti, senza trarre conclusioni affrettate.

  • Pasti “facili” e consistenze: in fase sintomatica può aiutare preferire consistenze morbide, masticare lentamente e bere a piccoli sorsi durante il pasto, riducendo il rischio di blocco.

  • Attenzione alle eliminazioni non guidate: togliere interi gruppi alimentari per mesi può creare carenze e peggiorare la qualità di vita, senza offrire reali benefici.

  • Valutazione nutrizionale: nei bambini, e negli adulti con calo di peso, è utile controllare crescita e stato nutrizionale durante il percorso.

Se ti stai chiedendo se esista “la dieta perfetta”, la risposta è che non esiste una regola uguale per tutti. Ciò che conta è un metodo: eliminazione ragionata, monitoraggio dei sintomi e verifica dell’infiammazione secondo indicazione dello specialista.


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Complicanze e segnali da non sottovalutare

Quando l’esofagite eosinofila rimane attiva a lungo, l’infiammazione può portare a cambiamenti strutturali dell’esofago. Questo non succede in tutti, ma è il motivo per cui è importante non ignorare la disfagia e non normalizzare episodi ripetuti di “cibo che si incastra”.

  • Stenosi esofagea: restringimento del lume, che rende sempre più difficile deglutire cibi solidi.

  • Rigidità e anelli: l’esofago diventa meno elastico, con maggiore rischio di blocco alimentare.

  • Impatto sulla qualità di vita: ansia durante i pasti, evitamento sociale, selezione alimentare e, nei bambini, difficoltà a scuola o in famiglia legate al momento del pasto.

Un blocco alimentare completo (incapacità di far scendere il boccone, salivazione eccessiva, difficoltà a gestire le secrezioni) è una condizione che merita valutazione urgente. In questi casi non bisogna “aspettare che passi” se i sintomi sono intensi o persistenti.

Quando consultare un medico

È consigliabile consultare il medico (medico di base o gastroenterologo) se compaiono disfagia ricorrente, episodi di cibo che si blocca, dolore toracico non spiegato o sintomi simili al reflusso che non migliorano con le terapie usuali. Nei bambini è opportuno chiedere una valutazione se ci sono rifiuto del cibo, pasti molto lunghi, vomito frequente, scarso accrescimento o perdita di peso. Se si verifica un blocco alimentare completo con impossibilità a deglutire saliva o liquidi, è indicato rivolgersi tempestivamente ai servizi di emergenza.

Domande frequenti su esofagite eosinofila

L’esofagite eosinofila è una malattia cronica?

Sì, spesso è una condizione cronica con fasi di miglioramento e ricaduta. Per questo il follow-up è importante: controllare i sintomi e, quando indicato, anche l’infiammazione, aiuta a prevenire complicanze come la stenosi.

Quali sono i sintomi più tipici negli adulti?

Negli adulti i sintomi più suggestivi sono la disfagia per i solidi e gli episodi di bolo alimentare bloccato. Bruciore e dolore retrosternale possono esserci, ma sono meno specifici.

Si può confondere con il reflusso?

Sì. I sintomi possono somigliare a quelli del reflusso e alcune persone hanno entrambe le condizioni. Proprio per questo la diagnosi si basa su endoscopia con biopsie e non solo sulla sintomatologia.

La gastroscopia è sempre necessaria?

Per confermare l’esofagite eosinofila la gastroscopia con biopsie è l’esame di riferimento. È la procedura che permette di vedere la mucosa e di prelevare i campioni necessari per la diagnosi.

La dieta funziona davvero?

In molte persone la terapia dietetica riduce l’infiammazione e migliora i sintomi, ma va impostata con un piano chiaro e controlli. Eliminazioni improvvisate o troppo ampie possono essere inutili o rischiose sul piano nutrizionale.

Che differenza c’è tra EoE e allergia alimentare “classica”?

Nell’allergia IgE-mediata i sintomi spesso compaiono subito dopo l’esposizione (per esempio orticaria). Nell’EoE la reazione può essere più lenta e localizzata sull’esofago, quindi più difficile da collegare a un singolo alimento senza un percorso strutturato.


AutoreElty

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