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Epitrocleite: cos’è, sintomi, cause e cosa fare per il gomito del golfista

~February 24, 2026
11 minuti
gomito con epitrocleite

L’epitrocleite, spesso chiamata “gomito del golfista”, è un disturbo doloroso che interessa la parte interna del gomito. Di solito nasce da un sovraccarico ripetuto dei tendini che muovono polso e dita, con micro-sollecitazioni che nel tempo possono rendere l’area più sensibile e meno tollerante agli sforzi. È un problema molto comune non solo tra sportivi, ma anche tra persone che lavorano al computer, fanno lavori manuali o si dedicano ad attività domestiche ripetitive. La buona notizia è che nella maggior parte dei casi si gestisce con un percorso graduale e ragionato: riduzione dei carichi, riabilitazione e ritorno progressivo alle attività.

In questa guida trovi una panoramica completa e comprensibile su epitrocleite: come riconoscerla, perché viene, quali sono i segnali più tipici, quali esami possono essere utili e quali strategie di trattamento vengono considerate più efficaci. L’obiettivo è darti strumenti pratici per orientarti e capire quando è il momento di chiedere una valutazione clinica, senza improvvisare diagnosi o terapie “fai da te”.

Cos’è l’epitrocleite e perché si chiama gomito del golfista

L’epitrocleite è una condizione dolorosa localizzata vicino all’epitroclea, la sporgenza ossea sul lato interno del gomito. In quell’area si inseriscono i tendini dei muscoli flessori del polso e delle dita e, quando questi tendini vengono sollecitati oltre la loro capacità di recupero, possono comparire dolore e limitazione funzionale. Il nome “gomito del golfista” deriva dal fatto che alcuni gesti tipici del golf (e di altri sport) mettono sotto stress la parte interna del gomito, ma non è affatto necessario praticare golf per svilupparla: basta una ripetizione frequente di movimenti simili, anche nella vita quotidiana o sul lavoro.

È utile chiarire anche un punto: spesso si parla genericamente di “tendinite”, ma in realtà molte forme di dolore tendineo non sono una semplice infiammazione acuta. Spesso si tratta di un sovraccarico con cambiamenti del tessuto tendineo e della sua capacità di sopportare carichi. Per questo le strategie più efficaci non si basano solo sul riposo assoluto, ma su una gestione intelligente dei carichi e su esercizi mirati.

Epitrocleite ed epicondilite: differenze e come non confonderle

Una confusione frequente riguarda la differenza tra epitrocleite e dolore sul lato esterno del gomito. In modo semplice: l’epitrocleite dà fastidio soprattutto all’interno del gomito, mentre l’epicondilite (nota come gomito del tennista) colpisce più spesso la parte esterna. Se vuoi approfondire l’altra condizione, puoi leggere anche la guida su epicondilite.

Detto questo, i due disturbi possono condividere alcuni fattori di rischio (ripetitività, carichi elevati, scarsa progressione degli allenamenti, posture prolungate) e talvolta coesistere. Per questo, se il dolore cambia sede o se i sintomi non sono “puliti”, è sempre meglio farsi valutare da un professionista che sappia distinguere le diverse possibili cause di dolore al gomito e al braccio.

Sintomi dell’epitrocleite: come si manifesta

I sintomi dell’epitrocleite possono iniziare in modo graduale, magari con un fastidio “sopportabile” che compare solo durante certe attività e poi tende a presentarsi anche in gesti più semplici. Molte persone riferiscono dolore quando stringono, afferrano, sollevano borse o ruotano il polso, e spesso notano che peggiora dopo lavori ripetitivi o allenamenti intensi.

  • Dolore nella parte interna del gomito: Spesso è il segnale principale: si percepisce vicino all’osso interno del gomito e può aumentare premendo in quel punto o durante il movimento.

  • Fastidio quando fletti il polso o chiudi la mano: Azioni come strizzare un panno, usare un cacciavite o impugnare con forza possono evocare dolore perché coinvolgono i flessori.

  • Rigidità o dolore al risveglio: Alcune persone descrivono una sensazione di “gomito legato” al mattino o dopo periodi di inattività.

  • Riduzione della forza di presa: Non è solo “debolezza”: spesso è una limitazione protettiva, perché il dolore fa evitare la contrazione intensa.

  • Irradiazione verso avambraccio: Il dolore può estendersi lungo l’avambraccio, specie dopo sforzi prolungati.

Se oltre al dolore compaiono formicolii, perdita di sensibilità o dolore “elettrico” lungo l’avambraccio o verso la mano, è importante non dare per scontato che sia solo epitrocleite: può esserci anche un coinvolgimento nervoso. In questi casi può essere utile leggere anche la guida sulle neuropatie periferiche, perché alcuni sintomi possono sovrapporsi e vanno inquadrati correttamente.


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Cause dell’epitrocleite: perché viene

Le cause dell’epitrocleite sono quasi sempre legate a un sovraccarico: non necessariamente un singolo “trauma”, ma una somma di piccoli stress ripetuti che il tendine non riesce a recuperare. A volte il problema nasce dopo un cambio improvviso di routine: più ore di lavoro manuale, più allenamenti, nuove attrezzature o tecnica non ottimale.

  • Movimenti ripetitivi di polso e dita: Attività che richiedono presa prolungata, flessione del polso o gesti ripetuti possono aumentare la sollecitazione tendinea.

  • Aumento brusco dei carichi: Passare “da poco a tanto” (in palestra, nello sport o al lavoro) è uno dei motivi più frequenti per cui compaiono i sintomi.

  • Tecnica sportiva non efficiente: Nel golf, nel tennis, nel padel o nell’arrampicata, piccoli errori di gesto possono scaricare più stress sul gomito interno.

  • Recupero insufficiente: Il tendine ha bisogno di tempi di recupero: allenarsi o lavorare sempre “in spinta” può superare la soglia di adattamento.

  • Fattori individuali: Età, storia di sovraccarichi, rigidità, forza non equilibrata tra gruppi muscolari e alcune condizioni metaboliche possono influire sulla tolleranza ai carichi.

Non sempre c’è una sola causa. Spesso è l’interazione di più elementi: per esempio molte ore al computer, tensione muscolare, sport nel weekend e poca progressione negli allenamenti. Il punto chiave, in ottica di trattamento, non è “trovare il colpevole”, ma capire quali gesti scatenano dolore e come modulare carichi e recupero in modo graduale.

Fattori di rischio: chi è più esposto

Alcune persone sono più esposte all’epitrocleite perché la loro routine richiede spesso presa, torsione o sforzi ripetuti dell’avambraccio. Anche l’organizzazione del lavoro e la gestione dell’allenamento contano moltissimo: spesso il gomito “paga” un accumulo di carichi non ben distribuiti.

  • Sport con presa e impatto ripetuti: Golf, sport con racchetta, lanci, pesistica e arrampicata sono contesti frequenti, soprattutto se i carichi aumentano rapidamente.

  • Lavori manuali: Idraulici, elettricisti, artigiani, addetti a logistica o chi usa utensili vibranti o richiede serraggi ripetuti può sviluppare sovraccarico.

  • Uso prolungato di computer e mouse: Non è “solo postura”: sono micro-carichi ripetuti e mantenuti nel tempo, specie se associati a tensione e poca pausa.

  • Precedenti dolori muscolo-tendinei: Chi ha già avuto tendinopatie o episodi di sovraccarico tende a essere più vulnerabile se non recupera e non programma.

Diagnosi: come si riconosce e quali esami servono

La diagnosi di epitrocleite è principalmente clinica: il medico o il fisioterapista raccolgono la storia dei sintomi, valutano quali movimenti scatenano dolore, testano forza e mobilità e palpono l’area dolente. L’aspetto più utile spesso è collegare il dolore ai gesti tipici (presa, flessione del polso, sollevamento) e capire il contesto di sovraccarico.

Gli esami strumentali possono essere indicati quando il quadro non è chiaro, quando i sintomi sono importanti o persistenti, o quando bisogna escludere altre cause. In particolare, un’ecografia può aiutare a osservare lo stato dei tessuti molli e dei tendini, mentre una radiografia è talvolta usata per escludere problemi ossei (non per “vedere” la tendinopatia). In casi selezionati può essere valutata anche una risonanza magnetica, soprattutto se il dolore non segue l’andamento tipico o se c’è il sospetto di un problema diverso.

Cosa fare subito: gestione del dolore e dei carichi

Quando compare l’epitrocleite, l’errore più comune è passare da un estremo all’altro: o ignorare il dolore continuando come nulla fosse, oppure fermarsi completamente per settimane. In genere funziona meglio una via di mezzo: ridurre e modulare i carichi che scatenano i sintomi, mantenendo però attiva l’area con movimenti tollerabili. L’obiettivo è evitare che il dolore “si accenda” ogni giorno, ma anche evitare che braccio e avambraccio perdano capacità.

  • Riduci i gesti che peggiorano il dolore: Non significa immobilizzare: significa identificare i movimenti più provocanti (presa forte, torsioni, sollevamenti) e diminuirne intensità, durata o frequenza.

  • Programma pause e recupero: Se il lavoro è ripetitivo, le pause regolari spesso aiutano più di una pausa lunga fatta “solo quando non ce la fai più”.

  • Usa il dolore come “semaforo”: Un fastidio lieve e gestibile può essere accettabile; un dolore intenso o che dura ore dopo l’attività suggerisce che il carico è ancora troppo alto.

  • Evita di testare la forza continuamente: Stringere “per vedere se fa ancora male” molte volte al giorno può mantenere irritato il tendine.

Per il controllo del dolore, alcuni medici possono considerare farmaci antidolorifici o antinfiammatori in base alla situazione clinica e alle condizioni personali; è importante non assumerli in autonomia se hai dubbi, altre terapie in corso o condizioni che richiedono cautela. Se ti serve una panoramica generale su una classe molto usata, trovi una guida dedicata all’ibuprofene, utile per orientarti sui possibili impieghi e sulle attenzioni da avere.

Esercizi e fisioterapia per epitrocleite: il cuore del recupero

La fisioterapia e un programma di esercizi progressivi sono spesso la parte più importante del percorso. L’obiettivo non è “fare stretching a caso”, ma ricostruire in modo graduale la capacità dei tendini e dei muscoli di tollerare carichi. Se vuoi approfondire il ruolo del percorso riabilitativo, può essere utile la pagina su fisioterapia.

In genere i programmi includono lavoro di forza dei flessori dell’avambraccio, esercizi isometrici (contrazioni mantenute), poi concentrico-eccentrici (movimento controllato) e infine attività funzionali che assomigliano ai gesti di sport o lavoro. La progressione è fondamentale: partire troppo forte può riaccendere i sintomi, partire troppo piano e non progredire può non stimolare il miglioramento.

  • Isometrici dei flessori: Contrazioni mantenute a intensità tollerabile possono aiutare a modulare il dolore e a riattivare i muscoli senza movimenti ampi.

  • Rinforzo progressivo di polso e presa: Si lavora gradualmente su carico e controllo: la presa “utile” è quella che torna stabile senza scatenare dolore persistente.

  • Mobilità di gomito, polso e spalla: Un braccio funziona come catena: migliorare mobilità e controllo anche a monte (spalla) può ridurre stress locale.

  • Ritorno graduale allo sport o al lavoro: Si reintroducono i gesti specifici con volumi controllati: poche ripetizioni, recupero adeguato, incremento settimanale.

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Terapie strumentali: quando si valutano e a cosa servono

Oltre agli esercizi, a volte vengono proposte terapie fisiche e strumentali come supporto al recupero. È importante considerarle per quello che sono: strumenti che possono aiutare sul dolore o sulla qualità del movimento, ma raramente “risolvono” da sole se i carichi e la riabilitazione non sono ben impostati.

  • Terapie fisiche antalgiche: Alcune tecniche puntano a ridurre dolore e tensione, facilitando l’adesione agli esercizi e la ripresa graduale.

  • Terapia manuale: Può essere utile per modulare dolore e migliorare mobilità, ma va inserita in un piano attivo.

  • Approcci strumentali selezionati: In alcuni casi si valutano interventi che stimolano il tessuto o supportano la riparazione; l’indicazione dipende da sintomi, durata e risposta al trattamento.

Tra le opzioni di supporto spesso citate ci sono anche trattamenti come la tecarterapia o, in contesti specifici, altre modalità. La scelta dovrebbe essere personalizzata e sempre inserita in un percorso che includa esercizi e gestione dei carichi.

Quanto dura l’epitrocleite e tempi di recupero

I tempi di recupero dell’epitrocleite variano molto. In generale, più il problema è recente e più è facile intervenire in modo rapido con la giusta modulazione dei carichi. Quando invece il dolore è presente da mesi, il percorso può richiedere più tempo e più attenzione alla progressione.

Più che contare i giorni, conviene ragionare per tappe: riduzione del dolore nelle attività quotidiane, recupero della forza di presa, tolleranza al carico specifico (sport o lavoro), ritorno pieno con prevenzione delle ricadute. Se durante il percorso compaiono ricadute, non significa per forza “fallimento”: spesso indica che l’incremento del carico è stato troppo rapido e va ricalibrato.

Prevenzione: come evitare recidive

Prevenire l’epitrocleite significa soprattutto gestire meglio i carichi e rendere l’avambraccio più “resiliente”. Molte recidive nascono perché, appena passa il dolore, si torna subito ai livelli di attività precedenti senza mantenere gli esercizi o senza correggere i fattori che hanno innescato il sovraccarico.

  • Progressione graduale dei carichi: Aumenta intensità e volume in modo programmato, evitando picchi improvvisi (weekend “troppo intensi”, allenamenti raddoppiati, lavori lunghi senza pause).

  • Rinforzo regolare di avambraccio e presa: Un lavoro di forza mantenuto nel tempo aiuta il tendine a tollerare meglio le sollecitazioni ripetute.

  • Ergonomia e pause attive: Piccoli cambiamenti nella postazione e pause con movimenti leggeri possono ridurre l’accumulo di stress.

  • Tecnica e attrezzatura adeguate: Nel dubbio, un confronto con un allenatore o un professionista può prevenire compensi che sovraccaricano il gomito.

Quando consultare un medico

È indicato consultare un medico se il dolore interno al gomito è intenso, se non migliora dopo 2–3 settimane di gestione prudente dei carichi, se limita le attività quotidiane (lavoro, guida, cura della casa) o se compaiono sintomi come formicolio, debolezza marcata della mano, perdita di sensibilità, gonfiore importante o dolore notturno persistente. Una valutazione è utile anche se hai avuto traumi, se il dolore cambia rapidamente caratteristiche o se hai dubbi su come impostare un percorso di recupero sicuro.

Domande frequenti su epitrocleite

Epitrocleite: posso continuare ad allenarmi?

Spesso sì, ma con adattamenti. In genere è più utile ridurre e modificare gli esercizi o i gesti che scatenano il dolore, piuttosto che fermarsi del tutto. L’obiettivo è mantenere attività tollerabili e impostare un lavoro di rinforzo progressivo, monitorando la risposta del gomito nelle 24 ore successive.

Il tutore per epitrocleite serve davvero?

Un tutore o una fascia possono dare sollievo in alcune persone perché ridistribuiscono parte delle forze sull’avambraccio. Non sono però una “cura” e non sostituiscono la riabilitazione: se il carico resta troppo alto o se manca un programma di esercizi, il beneficio può essere temporaneo.

Epitrocleite e lavoro al computer: c’è relazione?

Può esserci, soprattutto se usi mouse e tastiera molte ore senza pause, con presa e tensione costanti. Non è solo una questione di postura: contano ripetitività, intensità (anche bassa ma continua) e recupero. Micro-pause e una migliore organizzazione del lavoro spesso aiutano.

Serve fare un’ecografia per confermare l’epitrocleite?

Non sempre. Spesso la diagnosi è clinica. L’ecografia può essere utile se i sintomi non sono chiari, se il dolore persiste o se bisogna escludere altre condizioni. In ogni caso va interpretata insieme ai sintomi: un referto “alterato” non equivale automaticamente a dolore, e viceversa.

Il ghiaccio è utile per epitrocleite?

Può dare un sollievo temporaneo dal dolore in fase iniziale o dopo un’attività che ha aumentato i sintomi. Tuttavia non è un trattamento risolutivo: la parte centrale del recupero resta la gestione dei carichi e il rinforzo progressivo.

Quanto tempo ci vuole per guarire dall’epitrocleite?

Dipende da durata dei sintomi, carichi quotidiani e aderenza al percorso. Alcune persone migliorano in poche settimane, altre hanno bisogno di alcuni mesi. In genere un piano progressivo e ben seguito è ciò che più influenza i tempi.


AutoreElty

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